Intervento di Anna Maria Bertazzoni al convegno dell’Istituto De Gasperi su A.Ardigò

Ringrazio a nome della famiglia, delle sorelle Luisa e Francesca e dei numerosi nipoti il Vescovo mons. Matteo Zuppi, l’Istituto de Gasperi e tutti gli intervenuti per questo appuntamento di riflessione.
Il 10 settembre 2008 saranno 10 anni dalla morte di Achille Ardigò, non c’è mai stato per me, per la famiglia e penso per quanti lo hanno conosciuto bene un Achille privato ed un Achille pubblico, c’è sempre stata coerenza nel suo essere. Cristiano, terziario francescano, uomo impegnato nella costruzione della comunità di cristiani e della comunità degli uomini.
Giovanni Galloni, cugino di Ardigò e con il quale ha condiviso gli anni della resistenza e del primo dopoguerra, nel discorso tenuto all’Università di Bologna in occasione del suo ricordo ad un anno dalla scomparsa, ricordava che il famigliare e il politico erano intimamente connessi e non se ne può fare una distinzione.
Nell’intervento di Galloni vi è una approfondita disamina del ruolo di Achille nella resistenza a cui aderì nel ’43, ova agii sul campo come staffetta partigiana e nell’ambito della quale assunse quello che per anni fu un ruolo centrale della sua azione, il dirigere e collaborare a numerosi giornali, prima “la Punta” giornale clandestino e poi la grande stagione dell’Avvenire nel quale già scriveva Giovanni Battista Cavallaro, poi marito di Francesca.
Agli anni della liberazione seguirono quelli di grande impegno politico e sociale nella corrente dossettiana, all’interno della democrazia cristiana, che di fatto a Bologna, e non solo, non si impose politicamente ma le cui idee repubblicane e di forte giustizia sociale influenzarono una parte significativa del mondo cattolico.
La grande esperienza del decentramento, dei quartieri ha senza dubbio le radici nel Libro bianco su Bologna scritto nel 1956 per le elezioni ove era candidato sindaco Giuseppe Dossetti. Libro bianco, che si deve in larga parte ad Achille, che ha al centro quell’”incontro con gli elettori”, che era stato un vero e proprio primo esperimento di partecipazione diretta .
Io, come tutti i nipoti, abbiamo avuto l’opportunità di avere un dialogo con lo zio Achille che era un dialogo nel vero senso della parola. Il dialogo come incontro e messa in gioco, d’altronde la parola stessa deriva dal greco dia (in mezzo a) e logos (parola) testimoniando che la ragione e il senso non sono il monopolio di una parte ma affiorano nel rapporto e nella comunicazione fra parti. Achille con la medesima autenticità dialogava con chiunque al di la del ruolo e del livello culturale.
Di questo autentico dialogo Achille è sempre stato protagonista come cristiano, con un impegno personale, a partire dalla condivisione delle risultanze del Concilio vaticano secondo ed al contempo sul fronte sociale con l’aderenza autentica ai dettati costituzionali che considerava nati anche da quella ispirazione cristiana che aveva contribuito, unitamente ad altri, alla liberazione dell’Italia.
Gli interessava la condivisione, una condivisione che aveva nella prossimità interpersonale e quindi nell’ascolto il fulcro. L’impegno nella costruzione di una comunità di uomini, nel immaginare quei quartieri animati dalla partecipazione, dal confronto, dalla costruzione condivisa delle soluzioni è sempre stato anche alla base della sua elaborazione teorica. Ricercava con forza l’autenticità e quindi non temeva il dissenso, anche aspro, il conflitto.
Tutti l’abbiamo sperimentato nel privato e nel pubblico. Rifuggiva e si infastidiva quando la relazione fra persone o componenti sociali o politiche era orientata alla captatio benevolentiae o era la superficiale ripetizione di concetti non argomentati, non autentica. Allora ti interrompeva, ti richiamava alla autenticità, alle affermazioni o promesse fatte … anche in contesti pubblici. Questa onesta intellettuale gli è senz’altro costata alcuni dispiacere in ambito pubblico, politico. Per noi nipoti, e forse per chi ha lavorato o condiviso percorsi con lui, è stato un importante insegnamento di vita.
Avrebbe senz’altro condiviso l’affermazione dell’Evangelii gaudium, «accettare di sopportare il conflitto, risolverlo e trasformarlo in un anello di collegamento di un nuovo processo» ( 227).
Ardigò è stato nel panorama italiano e non solo uno importante esponente della Sociologia, grande docente, maestro di pensiero e innovatore di questa scienza, nel 1988 pubblica “Per una sociologia oltre il post-moderno” affrontando con largo anticipo il tema della ricerca di una teoria sociologica che superi i limiti del “pensiero debole” .
Achille apre le conclusioni di quel libro “E’ tempo di uscire da un confronto e da una presa di distanza solo per negativo dalla cultura del post-moderno. Bisogna cercare alcune pietre da disporre attraverso il torrente che separa la coscienza dei limiti di una seppur vivace stagione sociologica dalla definizione e sperimentazione di nuovi paradigmi”
In quel cercare pietre da disporre nel torrente c’è l’insegnamento di Achille, infatti cercare e mettere pietre nel torrente…. richiede impegno in prima persona, dialogo, sperimentazione di innovazione, una prossimità con le persone.

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  1. 3 mesi fa

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