I diritti delle persone anziane di Nadia Musolesi

Lo Tsunami Covid19 – sembra il nome di una nave spaziale – due mesi fa, nel giro di poche ore, ci ha gettati in una situazione di straordinaria impotenza, di paura, per il rischio di assalto alla nostra salute.

La nostra vita sociale quotidiana è stata completamente stravolta in ogni sua dimensione: abbiamo ascoltato e stiamo ascoltando dati, informazioni che ci raccontano di situazioni angoscianti, sperando che non tocchi anche proprio a noi.

Le cronache di questi mesi ci raccontano di enorme stress delle strutture intensive ospedaliere e incessante impegno di medici e infermieri, famiglie che hanno peso i loro cari e non poter nemmeno allestire una camera ardente, l’attesa dei tamponi, intere famiglie contagiate in casa, il contagio nelle case di riposo, operatori senza protezioni adeguate. Negli ultimi giorni la fase più aggressiva e intensa sembra superata, anche se discordanti sono i pareri scientifici sulla cosiddetta “fase due” , molte saranno le prescrizioni da osservare e il futuro sarà molto diverso dalla normalità che contrassegnava precedentemente le nostre vite.

Al primo posto c’è il rispetto per il dolore e il diritto di sapere cosa ci accade, cosa accade a noi e ai nostri congiunti più deboli, ed occorre anche essere consapevoli che siamo stati messi di fronte a qualcosa di sconosciuto ed estremamente impattante sotto ogni aspetto dell’assetto sociale mondiale. Non è e non vuole essere una attestazione giustificante, bensì si tratta di un dato di fatto acquisito.

La pandemia coronavirus si è abbattuta con esiti scioccanti soprattutto sulla popolazione anziana, situazione resa ancora più drammatica e grave visto quanto emerge sullo stato delle residenze sanitarie, delle case di riposo e sulla diffusione della malattia in queste strutture, tanto da spingere quotidiani di vario orientamento politico a parlare di “mattanza”, di “strage” degli anziani. La lettura dei giornali ci consegna scenari che non avrei mai immaginato appartenere alle nostre “civili” e “avanzate” società: familiari che per settimane non hanno potuto nemmeno sentire i propri cari che poi hanno saputo essere malati o addirittura già deceduti. Persone, genitori e nonni e nonne, andati via senza nemmeno un ultimo saluto. E forse non ci sarà mai una verità (univoca) su quanto accaduto.

Cosa avrebbe pensato e scritto Achille Ardigò, che tanto si è occupato del welfare per gli anziani, di tutto questo? Non lo saprò mai ovviamente, molti però sono i suoi studi e i suoi interventi e i dialoghi in occasione di convegni e incontri presso CUP2000 dove, assieme ad altri studiosi e al direttore Mauro Moruzzi, presiedeva il Comitato Scientifico che, tra gli altri, promosse il progetto e-Care, tutt’oggi di grande attualità per la costruzione dell’integrazione tra gli interventi sociali e quelli sanitari e per mettere nelle mani della persona e/o della sua famiglia (aggiungo io) il proprio personale fascicolo sociale e sanitario.

Il contributo di Achille Ardigò allo studio di politiche per la popolazione anziana è stato vasto e ricco di proposte di rinnovamento rivolte ai decisori pubblici, sempre prevedendo un coinvolgimento attivo della comunità in tutte le sue espressioni. Si è sempre speso a favore degli anziani per la realizzazione di politiche veramente integrate tra sanità e sociale, attribuendo alla dimensione sociale la medesima forza che storicamente appartiene invece a quella sanitaria – coinvolgendo tutti i soggetti presenti nella società, sia privati che pubblici.

Il dramma che si è abbattuto sugli anziani e sulle loro famiglie (di eventuali aspetti giudiziari si occuperanno le Procure italiane) richiede un sistema continuo di controlli pre e post autorizzazione su queste strutture da rivedere, richiede di essere connesso ai cambiamenti da pensare e realizzare per migliorare il sistema di cure per gli anziani, non solo non autosufficienti. Occorre un grande e rinnovato impegno perché i dati demografici sono chiari e perché anziani, famiglie e operatori socio-sanitari non vanno né lasciati soli, né colpevolizzati.

Ciò non significa che tutto sia completamente sbagliato e che tutto sia un “orrore”. Ma è necessario riprendere in mano il nostro welfare, dare valore alla qualità della vita dei nostri anziani, le persone che hanno lavorato, ci hanno cresciuti, accuditi e accompagnati fino qui; valore al lavoro degli operatori socio sanitari, qualificarne fortemente la professionalità e riconoscerla con retribuzione adeguata; pensare ad una nuova dimensione e struttura della domiciliarità, delle reti di vicinato, di esperienze abitative giovani e anziani, di un abitare anziano per piccole dimensioni strutturate. Dare valore significa che occorre ripensare al Sistema sociale e sanitario, ad una presa in carico vera della persona anziana tenendo conto del livello di autosufficienza e coniugare – come nella Sociologia di Achille Ardigò – riflessione, proposta e spinta all’azione. Dobbiamo darci la possibilità di ripensare le grandi strutture, introdurre stringenti controlli pubblici, e perché no? pensare alla presenza effettiva – con autonomia e poteri – della comunità, a partire dalle famiglie, negli organi decisionali di tali strutture.

Non si sa quando finirà davvero l’emergenza, se ci sarà un lungo continuum e se alla crisi sanitaria seguirà, come già si intravede, quella sociale ed economica ed in quale misura. Quel giorno saremo diversi, lo siamo già, la vita, la società, il lavoro, la scuola, la socialità, come saranno?

Il Sistema è andato in crisi, occorre ripensare all’organizzazione della sanità e dell’assistenza “dal lato del cittadino”. Occorre farlo veramente. In questo modo mi piace leggere il richiamo alla responsabilità per vincere la battaglia contro il virus.

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