Intervento del Presidente Mauro Moruzzi al convegno dedicato ad Achille Ardigò del 24 febbraio

Vi porto il saluto dell’Associazione Achille Ardigò che ho l’onore di rappresentare. L’Associazione ha dato vita nel 2017 alla Scuola Achille Ardigò per i Diritti dei Cittadini. Un’iniziativa che quest’anno si estenderà al welfare solidale e di comunità, nell’ambito di un progetto di collaborazione con il Comune di Bologna.

Nell’apertura dell’anno scolastico della Scuola, l’Arcivescovo Don Matteo ci ha onorato della sua presenza e anche di una lezione magistrale. In quell’occasione ha detto, con autentico spirito ardigoiano, di ‘sognare un’Europa in cui la tutela dei diritti degli ultimi è una garanzia per i diritti di tutti’.

Achille Ardigò – che ho avuto la fortuna di frequentare per quasi trenta anni – era un sociologo molto particolare. Per certi versi scomodo. A differenza di tanti suoi colleghi dell’Università, preferiva guardare al futuro che è già nell’attualità delle cose di oggi, piuttosto che rivolgere l’attenzione prevalente al passato.

Era un sociologo, potremmo dire, del futuro-presente, volendo utilizzare un’espressione di Albert Einstein.

E, come il grande Einstein, era anche contestualmente scienziato e uomo d’azione, oltreché uomo di fede.

Era quindi, profeta, nel senso filologico del termine: pro-femì, quello che parla prima. E che parla pubblicamente. 

Che ha il coraggio di parlare pubblicamente.

Questo comportamento ‘pro-fetico’ si accentuò nell’ultima parte della sua vita, in particolare in quello scorcio del nuovo millennio che lo vide sempre attivo e intellettualmente presente. In più occasioni rinunciò volutamente a quelle prudenze e a quelle accortezze, anche del linguaggio, che sono tipiche del fare politico; e che lui considerava ormai un terreno scivoloso, che allontanava la stessa classe politica e anche la comunità degli studiosi, dalla spontanea adesione a ideali autentici, civici, di vita e di fraternità.

Sono stati sotto questo aspetto proverbiali le sue avvertenze, dell’inizio del nuovo secolo, sui pericoli che sovrastavano la comunità cittadina, sul “dolce declino di Bologna”, su una città che ‘perde lentamente l’anima’.

Un fenomeno sociale che dalle sue parole appariva ancora più pericoloso, per la sua ineluttabilità, di quello richiamato dal monito cardinalizio di una città “sazia e disperata”.

Facevano parte di questo compito ingrato e difficile anche i suoi richiami alla presenza di ‘poteri forti’, che, nella città, operavano egoisticamente indebolendo la coesione civica e sociale. Proferiva così il nuovo nella critica imprudente al vecchio sistema.

Ma questa critica ardigoiana non si limitava ai poteri forti: coinvolgeva l’insieme dei comportamenti sistemici, a partire da quelli autoreferenziali del sistema sanitario e e assistenziale. In un suo scritto del 1999 pone la scomoda domanda su ‘quanto i servizi davano ai cittadini e quanto tenessero per sé’. Un quesito certamente di grande attualità perfino quando lo rivolgiamo al comportamento di non poche associazioni del volontariato.

È la stessa domanda che rese famoso il libro del sociologo statunitense Peter Berger scritto assieme a Thomas Luckmann, ‘La realtà come costruzione sociale’. In sintonia con l’Achille Ardigò della critica all’invadenza della burocrazia pubblica, gli autori si chiedevano: “bene battersi per più burro e meno cannoni, ma chi mangia poi il burro?’

È stata infatti aspra la sua critica alla burocrazia, intesa come intermediazione politica e burocratica che allontana chi soffre e ha bisogno, da chi aiuta; il paziente dal medico, l’anziano solo dall’assistente sociale.

I poteri istituzionali locali non furono, pertanto, molto generosi nel riconoscere al Maestro, al grande sociologo bolognese, i sui indiscussi meriti di studioso e cittadino esemplare.

Ciò richiama alla mente le riflessioni di Hannah Arendt su Socrate, Platone e la drammatica separazione tra filosofia e politica nella polis greca tra il V e IV secolo. Una separazione che oggi, purtroppo, può essere estesa alla sociologia come scienza scomodo per la verità politica.

Il Sindaco e il Consiglio Comunale di Bologna hanno recentemente operato, con il contributo della Diocesi, dell’Associazione, per rimediare a questa separazione che è frutto di antiche autoreferenzialità.

È stata così intitolato una piazzetta cittadina a Achille Ardigò, dove sorge la Chiesetta di San Donato, in via Zamboni. Un luogo caro alle passeggiate del Maestro. Un riconoscimento tardivo, ma significativo. Tra poche settimane questo riconoscimento si arricchirà di un altro importante tassello: l’Istituzione per l’Inclusione sociale del Comune di Bologna verrà intitolata ad Achille Ardigo e a don Paolo Serra Zanetti.

Il messaggio ardigoiano ha un’attualità sconcertante. Pensando al futuro della sua città egli intravvedeva il nuovo millennio appena iniziato come denso di pericoli ma, al tempo stesso di speranza, di nuova empatia.

Lo ricorda nell’ultimo suo libro, edito Franco Angeli, dedicato alla famiglia, ma anche ai giovani, agli immigrati.

Una crisi economica strana, diversa dal passato, corrode vecchie certezza, assetti famigliari e perfino diritti consolidati nel sistema di protezione sociale locale. Un ecosistema di servizi di quartiere, di piccole aziende, di enti pubblici locali dinamici e con buona capacità di spesa, non c’è quasi più.

Ma c’è anche qualcosa di nuovo, il rovescio della medaglia. Lo stiamo vedendo in questi giorni di timida ripresa economica. Quel 20% della popolazione bolognese, che appartiene a più di 150 nazionalità diverse, è anche una grande ricchezza per il futuro, fonte di nuova natalità, di ringiovanimento demografico.

Diversi giovani bolognesi hanno avviato, dopo la laurea, delle start up e molti altri si apprestano a farlo nei settori emergenti dell’economia e del welfare dematerializzati. Nelle scuole c’è vita, i giovani hanno voglia di fare.

Si respira una volontà di uscire dal tunnel della crisi. Alcuni comparti produttivi hanno imparato a coniugare Internet con la manifattura e i risultati si vedono. Se funziona potrebbe essere un boom per altri settori.

Politica e istituzioni, nel messaggio ardigoiano, devono innovarsi profondamente.

Ma come? La città metropolitana che apre i sui confini storici e demografici ad una comunità di quasi un milione di abitanti è l’occasione attesa da tempo.

I germogli del nuovo che avanza hanno bisogno una politica ad alta capacità di rappresentanza rispetto ai nuovi bisogni; a bassa burocrazia, non autoreferenziale. Le reti, i socialnetwork, i social Street – che lui aveva previsto addirittura prima far Internet! – servono a ciò.Ma c’è soprattutto bisogno di nuova solidarietà urbana, cemento di ogni forma organizzata di convivenza, della quale parla spesso Papa Francesco e il nostro Arcivescovo.

Una città vive della sua anima, prima che del suo corpo, delle su infrastrutture materiali, delle sue strade.

Il nuovo, i giovani, hanno bisogno di anima. La stessa anima che ha tenuto assieme per secoli Bologna. Occorre una nuova linfa. Il pensiero e l’azione di Achille Ardigò ci aiuteranno a trovarla.

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