Achille Ardigò: un protagonista

Siamo rimasti come stupiti quando, un mese fa, Achille Ardigò ci ha lasciati. E questo nonostante la sua età avanzata e la sua salute, da tempo malferma. Eravamo abituati a vedere in lui – che da dodici anni frequentava assiduamente la sede di CUP 2000 – una persona effervescente, piena di entusiasmo giovanile, che di vecchio aveva ben poco nell’animo e, almeno a noi sembrava, perfino nel fisico. Per lui ben si adattano le parole di Emmanuel Mounier: “l’infanzia non ha tempo”. Man mano che gli anni passano essa rivive nelle persone che la sanno conservare e riconquistare. In Achille Ardigò c’era una specie di rigetto della nostalgia del passato e un interesse, una tensione esclusiva e costante di speranza nel futuro.

Con lui abbiamo sempre parlato del futuro, nel corso di un ventennio di ammirazione per lo studioso, di stima per la persona e, infine, di confidenza e di amicizia. Una sola volta mi parlò del suo passato. Mi confidò che gli sarebbe piaciuto ritornare in Maremma. C’era andato, giovanissimo, ai tempi delle riforme agrarie di Alcide De Gasperi, per accompagnare gli inviati della stampa anglosassone scettica su quelle riforme e non di rado ospite nei palazzi dei patrizi latifondisti della capitale. Ed io mi immaginavo quel giovane intellettuale cattolico, dai tratti quasi infantili, in un’impresa così ciclopica come quella di far dialogare mondi così profondamente diversi. Con Ardigò si parlava di cose importanti, impegnative. C’era sempre in lui un severo ancoraggio ai contenuti della ricerca della verità e della risoluzione di problemi sociali; il rigore scientifico e la tensione morale del grande sociologo, anche quando il compromesso e la mediazione erano necessari.

I progetti venivano vissuti con un impegno e un entusiasmo che in alcuni momenti raggiungevano la gioia. E questa gioia traspariva, come intensa emozione, dalle sue parole e perfino dai suoi occhi, dal suo sguardo e dal suo viso. È così che abbiamo pensato e realizzato imprese giudicate irrealizzabili, di profonda innovazione del sistema assistenziale locale e regionale, come il primo Cup di Bologna, CUP 2000 laboratorio delle reti, l’e-Care per l’assistenza agli anziani. E, infine, la rete SOLE dei medici di famiglia, alla quale Ardigò guardava con straordinario interesse a tal punto da intrattenersi per intere mattinate con i tecnici informatici e gli ingegneri della progettazione. Abbiamo incontrato resistenze e momenti molto difficili lungo questo comune percorso, in particolare alla fine degli anni 90 e anche più recentemente. Ma l’autorevolezza e la fermezza di Achille Ardigò ci hanno aiutato a superarli. Forse non avremmo nemmeno salvaguardato l’esperienza di CUP 2000 e di tanti progetti per il cittadino, senza questa sua attiva presenza nella realtà sociale e politica bolognese. La sua aderenza di pensiero e d’azione a valori non compromessi e a contenuti sociali forti, espressione in primo luogo della sua fede cattolica e della missione profonda di cui era portatore, ne fanno un intellettuale e un uomo pubblico decisamente atipico. La sua figura e la sua sociologia si contrappongono al pensiero debole e relativista; il suo impegno politico, alle pratiche diffuse di un relazionismo arido e a ogni forme di culto del potere come risposta all’ insicurezza e alla paura.

L’insofferenza di Ardigò verso il relativismo e il relazionismo esprimevano non tanto una condanna, ma la constatazione che c’è un mondo di speranza in cui si può credere, vivo di gente, di giovani, di famiglie, di anziani, che è in ogni momento davanti ai nostri occhi: un mondo che solo chi non vuol vedere non vede. E quello che lui scrive nel 1985, sull’opuscolo “Avevo Fame” dell’ambulatorio Biavati per l’assistenza sanitaria alle persone povere ed emarginate, assieme ad Anton Maria Mancini, Paolo Mengoli e Marco Cevenini. Achille Ardigò esplora così il mondo vitale della soggettività umana, dando uno straordinario contributo alla sociologia italiana. In questa scoperta si spinge oltre il pensiero di grandi sociologi e filosofi, come Habermas e Husserl: per lui il mondo della soggettività umana non può essere racchiuso e compreso solo dalla cultura e dalla tradizione. È un mondo di persone che si relazionano, che vogliono essere partecipi di una nuova soggettività individuale e di gruppo e alle quali si contrappone l’identità e il comportamento autoreferenziale delle grandi organizzazioni che dominano l’ambiente della nostra vita, a partire dallo stato e dagli enti pubblici. Ma a differenza dei maestri dello strutturalismo o del neo-funzionalismo, come Niklas Luhmann, Ardigò intravede un messaggio di speranza, una possibilità di superare l’asimmetria tra persone e realtà organizzative chiuse alla gente. La cultura gerarchica e burocratica della società novecentesca deve lasciare il posto, nel suo pensiero, a quella della “società dei servizi post-moderna”, come lui la definisce in un saggio pubblicato nel 2005. Una società che si avvale dello straordinario potere comunicativo e tecnologico della Rete, di Internet. Ardigò pone così in modo esplicito il tema del superamento del modello burocratico pesante, del centralismo e della gerarchia nei sistemi di welfare nazionali e locali. Per questo suo pensiero egli si colloca tra i sociologi italiani ed europei precursori dell’era di Internet e del post-modernismo. Questa intuizione ha in lui radici profonde, che risalgono allo studio dei grandi maestri della sociologia funzionalista – come Durkheim, Weber, Parsons, Luhmann – e alla intensa frequentazione del pensiero “ermeneutico” di autori attenti al mondo vitale. La complessità dei sistemi sociali porta ad una drammatica razionalizzazione del mondo della vita; a quella “società a due livelli” di cui parla Habermas. Ma per Ardigò questa analisi è carente se si limita a constatare che il senso della vita e delle cose che ci circondano resta drammaticamente condizionato da questa separatezza. Qui si salda il suo impegno di studioso con quello di persona impegnata nello sviluppo della società democratica. A lui non sfugge la crisi economica e fiscale, ma anche culturale e “relazionale” verso i cittadini, del fragile welfare state italiano, prodotto di tanti compromessi delle diverse stagioni di centro sinistra. Questa crisi produce un mondo forte che si rafforza su se stesso, escludendo intere generazioni di anziani e di giovani. L’allungamento della vita umana verso la soglia degli ottanta e dei novanta anni porta, spesso, solo nuova povertà, insicurezza e solitudine. Si creano assurdi sbarramenti ai giovani nell’ingesso al lavoro e, perfino, all’uscita dal contesto famigliare d’origine.

Nel suo ultimo saggio dedicato a “Famiglia, solidarietà e nuovo welfare”, del 2006, Ardigò scrive della necessità di superare le gestioni verticistiche del potere amministrativo nei sistemi sociali e sanitari. Si rifà, con un accostamento particolarmente efficace, ad Amartya Sen per affermare che il nuovo welfare state passa attraverso i ruoli attivi delle famiglie e degli assistiti; un progetto che nello stesso saggio egli collega all’emergere di esperienze assistenziali in rete come l’e-Care. Aveva collaborato alla cosiddetta “riforma sanitaria ter” (legge 229 del ’99) con il Ministro Rosy Bindi. Si era convinto, guardando ai pericoli di una forzata aziendalizzazione delle ASL, che occorresse “promuovere una coraggiosa, anche se dura, transizione dalla società burocratica industriale” verso l’era di Internet. Il richiamo è ancora ai classici e, nello specifico, al grande sociologo Max Weber. Questi autori di inizio secolo hanno descritto e teorizzato, con grande efficacia e lungimiranza, la società burocratica del 900: quella dello stato moderno, delle grandi imprese: il secolo di burocrazia che ha portato i progressi economici e lo stato sociale, ma anche gli orrori dei campi di sterminio, dei lager, delle macchine da guerra. Ardigò scrive nel 2005 che, partendo da questi maestri del pensiero classico, dobbiamo, leggendoli “in negativo”, trovare la strada per uscire dall’era della burocrazia pesante, delle gerarchie verticali che alimentano un mondo autoreferenziale e distante dalla gente. Un richiamo che si spinge oltre le istituzioni pubbliche assistenziali e investe lo stato nel suo insieme, il mondo della politica e dei partiti, da lui più volte spronati, anche nella nostra città. Annota come Max Weber, in “Economia e Società” – un libro uscito postumo nel 1922 – considerasse il potere del moderno stato occidentale connesso alla padronanza delle reti: il telegrafo, le poste, la ferrovia. L’impresa burocratica che controlla produzione e reti in forma gerarchica è il nucleo forte di questo sistema. Ardigò dimostra che si tratta dello stesso sistema tutt’oggi vigente, in particolare in ambito pubblico e del welfare state. E ritiene che, alla fine, esso abbia avuto la meglio, piegando a logiche gerarchiche e burocratiche l’universalismo dello stato assistenziale: quello voluto dai riformatori e, in Italia, dalla legge di riforma della sanità 833 del 1978.

Per Ardigò la risposta al potere centralistico dello stato burocratico è, appunto, la nuova società dei servizi post moderna, quella basata sulle reti. Solo questa società – di cui l’Internet che conosciamo è solo una piccola anticipazione – toglierà al modello burocratico quell’indiscussa superiorità tecnica di cui parlavano Max Weber e Frederick Taylor. Nella società post-moderna c’è un’enorme domanda di comunicazione che sale dal mondo vitale della gente. E questo porta – come egli scrive nell’anno 2000 (Rapporto sulla Sanità – L’Ospedale del futuro) – questo mondo “a farsi sistema”, ad organizzarsi spontaneamente. Achille Ardigò pensa a questa auto-organizzazione in una pluralità di forme: dai comitati per la tutela dei dritti del malato, del consumatore, del residente, alle single issue, ai gruppi spontanei di auto aiuto. Non posso dimenticare il suo impegno, anche come consigliere esperto del Ministro Garavaglia, per la costituzione dei Comitati Consultivi Misti di tutela dei dritti dei malati negli ospedali e nelle ASL. Fu tra i fondatori del primo Comitato Misto Volontario istituito dall’Istituto Ortopedico Rizzoli nel 1993, che io ebbi l’onore, ma anche l’onere, di coordinare. Partecipò attivamente a questa importante esperienza sociale negli anni precedenti la sua nomina a Commissario Straordinario dell’Istituto, assieme ad esponenti delle associazioni di tutela della salute dei cittadini (il Tribunale del malato e il Centro per i diritti del malato) e a esperti della Direzione Sanitaria dell’ospedale. Erano inoltre presenti personalità di valore etico e morale come Mons. Giovanni Catti. Fu un momento vivissimo di rapporto diretto, sociale e umano, con il malato in corsia. Ardigò passa poi da questa esperienza a quella di Commissario Straordinario dello stesso Istituto Ortopedico Rizzoli: una nomina frutto anche della sensibilità sociale dell’allora Ministro della Sanità Maria Pia Garavaglia. Il Comitato Consultivo Misto è, nel suo pensiero, il momento di incontro, di apertura e di vera comunicazione tra il mondo organizzato della sanità e quello disgregato, debole, degli utenti e dei malati. L’esperienza, poi recepita nella normativa sanitaria nazionale, è proseguita e prosegue tutt’ora con il generoso contributo di tanti volontari, ma non ha avuto e non poteva avere nella sanità italiana quell’impatto strutturale al quale pensava Achille Ardigò. Ma la lettura “in negativo” di Max Weber lo porta ancora a riflettere sulle reti come strumenti tecnologici e organizzativi assieme (“socio-tecnici”) che possono essere “terzi” rispetto allo stato e al mondo dei cittadini. Scrive, sempre nel 2005, che occorre “gettare sul prossimo futuro un’alternativa di comunità di reti tra individui in ambiente vitale per rompere in positivo le dinamiche autoreferenziali dei sistemi di Welfare”, prefigurando la grande esplosione del mondo dei social network. Manifesta, per le stesse ragioni, una grande attenzione verso la nuova generazione dei tecnici di Internet, degli hacker e dei progettisti delle reti. Ha anche questo significato la sua attivissima partecipazione alla costituzione, nel 1996, della società CUP 2000 come laboratorio di reti, con il Comune di Bologna, le Aziende Sanitarie e lo IOR; e, ancor prima, il suo interesse alla realizzazione del primo grande Cup Metropolitano italiano, quello di Bologna. Della società CUP 2000 è stato non solo socio fondatore, ma anche componente del Consiglio di Amministrazione per due mandati; poi Presidente del Comitato Scientifico e infine Responsabile dei progetti di ricerca e-Care. Venerdì scorso, per la prima volta nella storia della sanità emiliano-romagnola e, forse di quella italiana, un cittadino di Bologna ha pagato via Internet, con un software che CUP 2000 ha realizzato per la Regione, un ticket sanitario utilizzando la propria carta di credito. Sembrerebbe una cosa da nulla nello sterminato mondo delle innovazioni di Internet. Eppure, per abbattere anche questo piccolo muro burocratico, fatto di file, tempi di attesa e moduli da compilare, c’è voluto tanto lavoro, ma anche tanta tenacia forgiata alla scuola del Nostro Maestro. Non ho conosciuto Achille Ardigò nella stagione della grande politica, dei Dossetti e dei Fanfani, della prima riforma sanitaria. E nemmeno il grande sociologo negli anni della fondazione dell’Associazione Italiana di Sociologia e della nascita della Facoltà di Scienze Politiche della nostra Università. Ho conosciuto una persona ormai anziana che parlava con l’entusiasmo di un ragazzo e che viveva, come molti di noi, le contraddizioni e le paure del presente e molte speranze in un futuro incerto. Ho conosciuto un grande studioso con cui potevo parlare, in ogni momento, fuori dai rituali dell’opportunità politica e istituzionale. Ho conosciuto, quindi, una persona scomoda ma che sapeva sfuggire ai condizionamenti del potere. E per tutto questo mi sento fortunato.

Intervento di Mauro Moruzzi per il Trigesimo della scomparsa di Achille Ardigò – 10 ottobre 2008 – Sala del Vasari degli Istituti Ortopedici Rizzoli di Bologna.

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