Natale 2018. Sta cambiando tutto. È tempo di andare a Scuola (di Mauro Moruzzi)

Natale 2018. Sta cambiando tutto. È tempo di andare a Scuola.

Che il Natale 2018 ci porti un po’ di serenità. È tempo di riflettere e di studiare. Forse anche di ritornare a Scuola. L’anno in corso segna un decennio di crisi economica – tutt’altro che conclusa- che ha cambiato l’Europa, l’Italia, ma anche Bologna, come non era mai successo dai tempi lontani del dopoguerra.

Il cambiamento è stato globale, cioè economico, sociale, politico e per certi aspetti perfino psicologico e antropologico. Ha inciso cioè sulla persona e non solo sul sistema, sui comportamenti quotidiani e diffusi dell’individuo, sulla ‘morfologia delle menti’.

Ma cosa è accaduto?

Un distacco strutturale, profondo tra il sistema e il suo ‘ambiente’ – come direbbe Niklas Luhmann e, forse, anche Achille Ardigò – tra forme sociali organizzate e consolidate da decenni (o addirittura da oltre un secolo) e masse. Tra corpi sociali specializzati – come la politica, la burocrazia pubblica, la sanità, il welfare, la scuola e la cultura – e corpi sociali ‘specificati’, come i cittadini elettori, gli assistiti, i pazienti, gli utenti.

Era già accaduto nel ‘68 con i moti giovanili, soprattutto degli studenti, ma allora, paradossalmente, il distacco, la frattura, era generazionale (la classe dei sedicenni-ventenni) e a conclusione di un ricco ciclo economico espansivo (il Boom).

Quel periodo non mise in crisi letale il sistema dei partiti (basato essenzialmente sulla dialettica DC-PCI e su una loro ramificata e consolidata occupazione post-bellica dei poteri locali e nazionali).

Si limitò a spalancare finestre, per ‘cambiare aria’, mentre gli armadi del potere restavano ben chiusi, anche con i loro scheletri, come dimostrerà dieci anni dopo il caso Moro.

Il ‘68 ebbe anche effetti controproducenti e di regressione politica e sociale: il riformismo, la molla del progresso sociale e del nuovo welfare europeo (allora si diceva ‘scandinavo’ dopo il film di Alberto Sordi, ‘Il Diavolo’, ambientato nella Svezia degli anni ‘60) dovette cedere spazi al radicalismo ideologico di sinistra. Perfino dittatori golpisti, per non dire di più, come Lin Piao, Menghistu e Fidel Castro diventeranno, in modo anacronistico, autentiche star per la nostra gioventù.

A Bologna non cambiarono molte cose. Si continuò sull’onda di uno sperimentato consociazionismo politico ed economico che accontentava un po’ tutti, dalle cooperative ai sindacati, mentre alcuni dei leader sessantottini e settatasettini – quelli più salottieri e radical chic, perchè altri intrapreso il percorso perverso degli anni di piombo – venivano cautamente cooptati ai piani intermedi del potere locale. Restava in piede una rete di buoni servizi sociali di quartiere che permettevano di accedere ad asili, scuole materne, consultori e, con qualche filtro partitico, a case popolari e posti pubblici. Peccato che il tram, fatto sparire all’inizio degli anni sessanta perché di ostacolo al business redditizio dei nuovi bus a nafta, nessuno lo seppe far resuscitare, nonostante alcuni tentativi postumi.

La povertà del pensiero politico e sociale di quel periodo era interrotta soltanto da isolati pensatori che predicavano in un deserto di astrazioni ideologiche, come il nostro Achille Ardigò, sostanzialmente estraneo al tavolo consociativo e a quello di logge e lobby varie. Altri si adeguarono.

Cinquant’anni dopo ‘lo scossone’ ha caratteristiche radicalmente diverse. La rottura è alle radici sistemiche. Soprattutto nel sistema della rappresentanza politica. La gente non si riconosce più nei partiti e nella partitocrazia di mestiere (si consideri, detto per inciso, che nel ‘68, quando le scuole erano occupate da due mesi con insegnanti e polizia ormai latitanti e ci si apprestava ad occupare le fabbriche, nessuno pensò a formare liste elettorali alternative ai partiti).

La stessa frattura sistemica si sta estendendo, come una crepa che desta grande preoccupazione, nei sistemi di sicurezza e di welfare locale.

I cittadini non accettano più che il tema della sicurezza (ad esempio del contrasto alla microcriminalità o alla diffuse pratiche di semi-illegalità) sia declinato in modo radical chic da burocrazie politiche e intellettuali elitarie, sostanzialmente estranee alle preoccupazioni e agli interessi della gente.

Inoltre i cittadini non si riconoscono più nel ruolo passivo di assistiti, pazienti, utenti soggetti ai tortuosi (e spesso discriminanti) percorsi imposti dalla burocrazia assistenziale e sanitaria.

Ciò crea anche spaccature e contrapposizione all’interno dei complessi substrati burocratici dello stesso sistema assistenziale, tra lobby diverse, a causa di teutoniche pressioni di insoddisfazione popolare (ad esempio nel mondo medico: come leggere diversamente lo sconcertante caso locale di un assessore alla sanità radiato dall’Ordine dei Medici?).

Il barometro delle previsioni politiche indica sconvolgimenti e cambiamenti climatici, con lo scioglimento dei ghiacciai di settant’anni di continuità amministrativa locale (per altro ormai più che annunciato).

Più difficile è però prevedere i cambiamenti sociali ed economici e nei sistemi di welfare. Innanzitutto perché i fautori e le leadership del cambiamento non presentano un chiaro programma alternativo, essendo motivate più dalle insoddisfazioni popolari che da un disegno programmatico. Un comportamento che forse ha origine nel marcare una diversità da una burocrazia politica che amava e ama le lunghe disquisizioni sui ‘Programmi a medio termine’.

Una cosa però appare certa. Ci sarà un cambiamento sistemico e sarà possibile rimettere in discussione molte cose che parevano inamovibili a un comune mortale (come, ad esempio, la nostra impotenza di fronte alla burocrazia sanitaria).

Ci possono essere d’aiuto gli insegnamenti di Achille Ardigò all’inizio di questo cammino che attraversa il mondo delle cose che cambiano? Un cammino che si inoltra nel nuovo anno, il 2019 e prosegue verso approdi di grande incertezza.

Non è una domanda retorica. Achille Ardigò sarebbe stato entusiasta di passare in questa Terra di Mezzo. Avrebbe dedicato il giorno e la notte per costruire mappe ragionate, percorsi di nuovo welfare comunitario, carte dei diritti. Lo vedo con i miei occhi chino sul suo vecchio Mac della Apple a studiare le carte del Novo Mondo.

Ma non è quello che stiamo facendo, qui a Bologna, ormai con appuntamenti quasi settimanali e con la diretta partecipazione del Comune di Bologna, con la Scuola Achille Ardigò per un nuovo Welfare solidale e comunitario?

Buon Natale a Tutti!

Mauro Moruzzi

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